Venezia venti-venti

Forse non è ancora tempo di bilanci per la Città della Laguna. Chi la chiama la più bella del mondo, salvo poi rifugiarsi nel famoso luogo comune, ormai quasi una gag da cabaret: "Venezia è bellissima ma non ci vivrei". Chi l'ama senza condizioni. Chi pensa che amarla sia circoscriverla nel mirino di una fotocamera. Chi l'ama ma non troppo, perchè ci deve lavorare e qui tutto è un po' più scomodo, un po' più faticoso. Un po' più costoso.

È vero: Venezia è la città delle contraddizioni, degli estremi, delle esagerazioni. È anche il luogo dove nei secoli il vivere di gusto ha assunto i caratteri - quasi - di una religione. Nei secoli andati, la passione dei veneziani per il bien vivre si spinse sino alle soglie - ed oltre - della dissolutezza, rendendo leggendario il tessuto della mondanità seppur di una minoranza agiata. Ma lasciando sempre tracce indelebili quali il Carnevale, sentito qui come in pochi altri luoghi; la gondola e i barchigli; i bàcari e i cichèti che sono il portato di quei tempi di infinite gozzoviglie.

Ma basta guardare indietro questi pochi mesi per rendersi conto di quali e quante sfaccettature ha assunto questa città già di per sè brillante come un diamante e misteriosa come la pietra filosofale. La natura - complice la mano umana - ha preteso un alto tributo ai veneziani: prima schiacciandoli con la sua forza, poi facendosi scudo all'ingresso del forestiero, gioia e delizia della Laguna. Un anno che ha mostrato il peggio e il meglio: prima con manifestazioni elementali d'aria e d'acqua come non mai, fino a renderla deserta. Poi proprio grazie alla mancanza delle solite folle, regalandoci una Venezia solitaria, silenziosa, splendente, triste e bellissima nello stesso tempo.

E poi ancora l'assalto di chi non se la vuole perdere, ma si muove con mezzi propri: inondando così di ferraglia rovente piazzale Roma e il Tronchetto e il Ponte della Libertà, rovesciando fiumi di visitatori da un'ora o da un giorno.

Ma quello che manca davvero a Venezia, per ricostruire un'idea strettamente veneziana di gioia di vivere, e di viverla con lentezza: che a Venezia non si può correre, non si può avere fretta di vedere, di fare, di andare. Venezia va vissuta goccia a goccia, frammento dopo frammento, fotogramma dopo fotogramma. L'ombra de vin che ti offre deve essere sorseggiata, il boccone va assaporato nella sua pienezza.

Non ne saprai mai abbastanza, di Venezia, da potertene annoiare. Ma non consumarla, è una sola.

Il desiderio nasce da una conoscenza incompleta.
[T.Mann, La morte a Venezia]