Santo Stefano di Sessanio, Abruzzo vero

"Santo Stefano di Sessanio è un comune italiano di 115 abitanti".
Pochi caratteri per scolpire il carattere - appunto - di questo luogo appartato, avvitato in uno dei tratti più romantici e arcigni dell'Appennino: Il Gran Sasso e Campo Imperatore alle viste, l'Atopiano di Navelli dietro l'angolo. Ricchezze sterminate nelle intenzioni e nelle idee che a confronto del rigore della vita si infrangono, si perdono. E il borgo si spopola, non ostante la sua profonda, raccolta bellezza.

Santo Stefano, che divenne "di Sessanio" - pare in omaggi al piccolo insediamento romano di Sextantio, poco discosto - ha una storia lunga e sfaccettata. Storia di fondazioni monastiche, romitorii, coltivazioni difficili e durezze. E non è certo una questione "di lana caprina" leggere negli avvicendamenti di chi l'ha governata la presenza dei Medici di Firenze: ne furono i signori per quasi tre secoli, e la portarono alla prosperità grazie - appunto - al commercio della lana di pecora, cosiddetta "carfagna". Santo Stefano infatti era punto di passaggio e sosta ufficiale proprio delle transumanze, e i capi che transitavano per i suoi domini si contavano nell'ordine delle decine di migliaia.

Il borgo, di impianto strettamente medioevale, ha la caratteristica pianta "a nido d'aquila" e vede come riferimento la Torre Medicea, probabile rifacimento di una antecedente torre d'avvistamento di marca normanna. Ma più che i pur interessanti monumenti Santo Stefano vale una vista lenta, a passo d'uomo, tra le antiche strade e le emergenze ben conservate, a chiara e schietta memoria dell'urbanistica spontanea di quei tempi. E vale la visita per la curiosa svolta che l'ha salvata dal suo destino di oblìo.

È negli anni novanta infatti che la bellezza senza tempo del borgo attira l'interesse di un imprenditore milanese di origine svedese, Danile Kihlgren, che ne intravvede le potenzialità turistiche e realizza nelle case del centro storico un albergo diffuso che diverrà modello non solo in Italia.

Sextantio - così si chiama - più che un albergo è un romanzo, con le camere dislocate in punti nevralgici del borgo con nomi evocativi, irresitibilmente narrativi: Muro Torto, L'Alchimista, La Camera Sulla Scala, La Stalla, La Scala Segreta. Sono ambienti che conservano l'asperità di edifici secolari riportati alla piacevolezza da un recupero da veri innamorati, che hanno lasciato intonso il libro di storia ma aggiornato alle esigenze moderne la qualità della vita negli ambienti. Investimento colossale eppure valido se l'esperienza pare ripresa e replicata anche a Matera e con un progetto in corso di completamento in Rwanda.

Dove le iniziative imprenditoriali vincono sul declino è se l'intrapresa porta indotto: il movimento turistico attorno a Santo Stefano ha portato qualche nuova attività, e qualche giovane si è fermato: alcuni sono tornati. I dintorni si sono risvegliati dal lungo sonno e pare essersi innescato il cirolo virtuso. Ne siamo felici, perchè gioielli così non possono essere perduti nè mummificati da una visione museale: essere vissuti è l'unica via.