Ravello, d'arme e d'amori

Il nome, la fondazione, l’origine di Ravello sono profondamente avvolte dalla nebbia della mitologia, e da quei miti si origina la fama di questo luogo assai prossimo all’idea di un paradiso in terra collocato su uno spuntone a picco della Costiera Amalfitana.
È proprio da quel mito che ne nacque un altro in epoca moderna, e fu il tempio degli ultimi romantici che qui consumarono vite, patrimoni, amori.
Forse corruzione di “rebellum”, come ribelli furono alcune famiglie patrizie nei confronti di Amalfi, il nome di Ravello più che in marginali vicende storiche appare con abbagliante frequenza non solo nelle pagine patinate delle riviste turistiche dedicate a facoltosi viaggiatori che possono permettersi di soggiornare negli alberghi di sogno di Ravello, ma anche nelle biografie di personaggi famosi e famosissimi che trovarono qui di volta in volta rifugio o ispirazione, come tappa di un favoloso Grand Tour o come buen retiro lontano da clamori e folle.

Ravello per un breve periodo fu addirittura corte di Vittorio Emanuele III, che risedeva a villa Episcopio e si aggirava senza preoccupazioni di sorta (e di scorta) con Benedetto Croce, tra i vicoli del paese. Non una pagina specchiatamente memorabile dell’oscuro declino della monarchia savoiarda, con gli ultimi atti del suo lunghissimo regno.

Un posto per aristocratici e VIP dunque: Greta Garbo fuggì a Ravello per vivere lontano dai lustrini di Hollywood il suo amore con il musicista Leopold Stokowski, e per immergere lo sguardo - che oggi diremmo fitto di cuoricini - nell’infinito dell’omonima terrazza di Villa Cimbrone. Basta infatti sporgersi per un solo istante sullo strapiombo di oltre 300 metri sul mare per dare il colpo di grazia alla propria idea di bellezza e collocarla a un livello successivo. L’orizzonte pare essere a portata di mano e nello stesso tempo sterminatamente vasto, e in mezzo la vertigine, la luce, l’ebbrezza. 
Immaginiamo questa Diva, allora Diva vera nel senso di personaggio semidivino, immersa nei languori di un amore tormentato, accasciarsi teatralmente in una delle pose che l’hanno resa famosa ieri e oggi.

Ma immaginiamo anche Riccardo Wagner che salì a Ravello per cercare isprazione, e vi trovò anche teatro per il proprio Parsival: non poche delle immaginifiche scenografie che accolsero le sue gesta furono fomentate dai giardini di Villa Rufolo, un’altra delle residenze patrizie che accolsero romantici - e ricchissimi - personaggi che da paesi stranieri qui furono attratti. Fu infatti sopra tutto a mano di illuminati forestieri che Ravello si trasformò in una vero e proprio caveau di tesori all’aperto, con giardini rigonfi di opere d’arte antiche e di rovine vere o ricostruite in omaggio all’idea che proprio in quelle rovine risiedesse la bellezza della forma. 

Un vivere di gusto di certo elitario, ma non per questo meno affascinante.

la costa d'Amalfi, piena di picciole città, di giardini e di fontane, e d'uomini ricchi e procaccianti in atto di mercatantia sì come alcuni altri. Tralle quali cittadette n'è una chiamata Ravello, nella quale, come oggi v'abbia di ricchi uomini, ve n'ebbe uno il quale fu ricchissimo, chiamato Landolfo Rufolo

[Giovanni Boccaccio, Decameron - II giornata, IV novella]