Pontremoli, al confine di tutto

Se c'è un luogo nella nostra versicolore penisola in cui la varietà viene travolta dal caos fino all'entropia è proprio la Lunigiana. A partire dall'oggi, in cui i confini amministrativi paiono disegnati a casaccio da un bimbo che si trova per caso in mano le matite colorate: la parte più settentrionale della Toscana, il lato più orientale della Liguria, il confine meridionale dell'Emilia. Insomma tre confini confusi in un antico minestrone che fa data dalla preistoria e passa attraverso i "cento castelli" fino a giungere a noi, con testaroli panigacci e spongata.

Basta vedere per un istante le serafiche, seducenti, meravigliose sembianze delle Statue Stele per comprendere che qui c'è un'aura particolare, quasi mistica. Il piccolo ma bellissimo Museo è allestito splendidamente nel Castello del Pagliaro, turrito guardiano della città di Pontremoli. Pons tremulo, chi ne dice l'origine romana, ma altri cerca in una differente corruzione del dialettale medievale funtanin d' vergêma. Infatti è dal medioevo che si leggono le prime tracce del nome attuale, mentre c'è chi ventila l'ipotesi di sovrapporre Pontremoli all'antica e perduta Apua. Ma di questo diremo.

Le Statue Stele sono monoliti preistorici dalle elegantissime sembianze antropomorfe che uniscono - all'occhio dell'osservatore comune - una incredibile seduzione del tratto con una tecnica che definire approssimativa è generoso: abbozzi di dettagli, lontana somiglianza con l'umano. Eppure la forza comunicativa di questi menhir è straordinaria. Provengono dalla notte dei tempi, III millennio dell'Evo Antico, ed è proprio questa caratteristica a rendere plausibile - oltre allo studio delle aree di ritrovamento - una loro funzione sacrale e propiziatoria. Guerrieri e fattrici, entrambi rappresentati con dignitosa equanimità. Comunità dunque vive e vitali che abitavano questa regione ancor oggi aspra: la immaginiamo come una unica foresta impenetrabile in tempi storici.

Per questo ci si abbandona alla storia della leggendaria Apua, cui i Romani riservarono un destino nemmeno dei peggiori: gli abitanti furono deportati nel Sannio, a compensare l'altra importante deportazione di Sanniti proprio qui. Non a caso la pastorizia trovò campo, ad esempio nell'enclave di Zeri, per ragioni etniche e storiche. Poi la storia si srotolò con alterne vicende fino a che Pontremoli non assunse il ruolo di città con una sua Diocesi indipendente che visse fino al 1988.

La storia della città è fortemente imparentata con quella della Lunigiana, la vera regione antropica di cui Pontremoli è uno dei cardini. Ferma e solida, quasi indifferente ai dominatori, che in molti l'ebbero senza che nessuno - se non i Pontremolesi - la possedesse veramente. I Romani, poi i Longobardi, poi la lunga teoria delle dominazioni ecclesiastiche largamente infeudate in questa parte d'Italia; e poi i Fieschi, I Genovesi, i Francesi e gli Spagnoli pure. E ancora il Granducato di Toscana, e infine il Ducato di Parma. Un corso ricalcato sul profilo sfuggente del pioppo tremulo che campeggia nello stemma.

Ma di certo una passeggiata in centro a Pontremoli vale il viaggio.