La traboccante bellezza dei trabocchi

Si dividono la scena con i misteri più misteriosi del mare. Fra il Leviatano, il Titanic e il Triangolo delle Bermuda, ci sono i trabocchi.
Nessuno sa quando esattamente abbiano fatto la prima comparsa. Le testimonianze più antiche della loro presenza si attesta intorno al 1400 in una biografia di Pietro di Morrone. Ovvero quel Celestino V papa per una stagione, salvo fare marcia indietro conquistandosi l’eternità come imperatore degli ignavi. Al fondatore dell’ordine dei celestini si attribuisce l’inciso: “… più che il mare calmo, che luccicava sotto il sole della tarda mattina, punteggiato dai trabocchi posti come vedette verso il confine del cielo, mi colpiva la grande Badia. Era la cosa più bella che avessi mai visto”, vergato sua propria mano nel periodo di eremitaggio trascorso nel monastero di San Giovanni in Venere in Fossacesia avvenuta intorno al 1240.

Ora, Fossacesia è uno dei comuni compresi nei sessanta chilometri di costa abruzzese dove compaiono numerose di queste creature marine fatte di pali di legno e assi, in articolate e solo apparentemente fragili architetture sospese fra blu e blu, che spezzano la linea dell’orizzonte dividendo mare e cielo. Siamo in Abruzzo, la provincia è quella di Chieti. Perché i trabocchi – se ne contano poco meno di trenta – abbiano scelto questo scampolo di terra per mettere radici, è l’altro mistero insoluto. Le palafitte da pesca, architetture senza architetti “in quanto la loro costruzione difficilmente può essere tradotta in calcoli e restituita in disegni” (cit. Fabio Caravaggio), sono edificate sulla base di una tradizione orale capace di resistere a secoli di mareggiate. Già, ma con quale funzione? Pescare dalla costa senza avventurarsi in mare aperto, scongiurandone dunque le insidie. È l’ipotesi più accreditata ma è solo una ipotesi. Se così fosse, perché non costruire uno cento mille trabocchi nel resto del mondo? Per la stessa ragione impossibile da divinare per cui le piramidi sono egizie. Altro mistero: l’etimo. Da dove derivi la parola trabocco, nessuno lo sa. Quel che è certo che il popolo del mare avvezzo ai trabocchi, le famiglie che se ne tramandano la proprietà tanto quanto gli artigiani costruttori che conoscono i funambolici segreti che ne determinano l’equilibrio architettonico, è chiamato traboccante. Malgrado la nessuna certezza filologica, l’allitterazione – anzi il calco - è perfetto con la parola che indica la fuoriuscita di un liquido da un recipiente, l’esondazione di un corso d’acqua dagli argini. Che c’entra con quelli che Gabriele D’Annunzio chiamava “ragni colossali” nel Trionfo della morte? Niente. Tranne l’intima, misteriosa, traboccante bellezza dei trabocchi.