Invisibili e selvatici, i fantasmi della Foresta Umbra nel Gargano

Era il 29 giugno del 2016. In Puglia faceva un caldo asfissiante ovunque ma non fra le faggete di bosco Spigno, gloria del monte omonimo, terza cima per altitudine del promontorio del Gargano.
Luigi PalladinoGiovanni Russo girellavano a 800 metri di quota con la stessa gravità di Adso da Melk e Guglielmo da Baskerville, discorrendo nel linguaggio sconosciuto ai più della botanica. E soprattutto scambiandosi fraternamente i ruoli di novizio e maestro. Fu un istante. Sotto un “accumulo di lettiera di foglie di faggio” i due scorgono l’incredibile. Un’apparizione tipo Nostra signora di Fatima a Bernadette. Un tartufo da un chilo a un trifulau. Moby Dick al capitano Achab. I nostri si fermano trattenendo il fiato e lo stupore per non sciupare nemmeno con un alito di entusiasmo la piccola, fragile creatura comparsa sotto i loro occhi increduli. Un esemplare, uno solo, di Epipogium aphyllum Sw., ovvero la rarissima orchidea Fantasma.

È così che la chiamano gli anglosassoni, Ghost orchid. C’è, ma non si vede. Può svolgere l’intero ciclo vitale senza mai emergere dal suolo. E dunque non si può osservare se non quando è in fioritura, ovvero a distanza di anni o di decenni. Impossibile immaginarsi il fremito di Russo e Palladino di fronte a quella creatura minima e luminescente, alta dieci centimetri, priva di foglie: mai avvistata prima in Puglia. Bella come una Madonna. Enorme, pur nella sua piccolezza, come un leviatano. L’evento è negli annali della Società Botanica Italiana, che nell’areale compreso fra le Tremiti e i Monti Dauni registra circa novanta specie di orchidee ovvero la più alta concentrazione di esemplari di tutto il territorio nazionale.

Cose che accadono nel Parco Nazionale del Gargano e nella Foresta Umbra, culla di misteri, apparizioni e scomparse, a cominciare dal nome. Che ci fa un’umbra in Puglia? La geografia non aiuta. Il latino sì: fa umbra cioè ombra, che evoca tanto il fresco quanto quel regno mai conoscibile fino in fondo “di minacce innominabili, di terrore ancestrale”. Il regno del lupo. Tornato a frusciare nel sottobosco della foresta umbra agli inizi del terzo millennio, avvistato dalle foto-trappole dopo mezzo secolo di latitanza, perseguitato dagli editti del Regno d’Italia (la testa del lupo valeva tante taglie quanto quelle dei fuorilegge nel Far West) e dalle fiabe di Perrault. Povero lupo. O poveri pastori. A seconda del punto di vista da cui si guarda la lotta interspecifica (così la chiamano gli esperti) fra uomo e lupo (da non confondersi con quella, ancora più dura a morire, homo homini lupus). Meno temibile, ma altrettanto fantasmatico, il capriolo italico che nella Foresta Umbra si muove a suo bell’agio, non meno invisibile delle ghost orchid e dei canidi lupini. Creatura assai elusiva, non si fa avvicinare dagli umani di cui diffida malgrado lo status di specie protetta.

Idem il gatto selvatico, il Bagheera di casa, felino caratterizzato dalla taglia apparentemente più robusta del cugino domestico, il pelo più folto, il manto grigio-striato e la magnifica lunga coda ad anelli scuri con la punta nera.
Lupi, caprioli, gatti e orchidee selvatiche si muovono insieme alle altre creature frusciando fra le ombre delle faggete dichiarate nel 2017 Patrimonio dell’Umanità Unesco, giganti centenari che si stagliano fino a 50 metri d’altezza. Una lezione sul modo migliore di attraversare la piccola Amazzonia di Puglia, finalmente sollevati dal più gravoso fra gli obblighi esistenziali: senza lasciare traccia.

Grazie a Giuseppe Albanese, naturalista e faunista, per la sua guida generosa e attenta.