Glorenza, la piccola città

Il 22 maggio del 1499 in Val Venosta si fronteggiarono gli eserciti delle Tre Leghe e della Lega Sveva, per la conquista di diritti e privilegi sulle valli alpine. Seguirne le peripezie e comprenderne le ragioni oggi è compito da storici specializzati o appassionati del tema, mentre noi umani ci perdiamo negli anfratti di alleanze e contrapposizioni così liquidi e versicolori dal perderci il sonno (e il senno). Basti pensare che in quella guerra - la cosiddetta Guerra Sveva - ebbero un ruolo decisivo gli Svizzeri, che nella comune sensibilità sono vissuti più come spettatori neutrali che come forze di inaudita ferocia: furono proprio le soldataglie svizzere a radere al suolo Glorenza, che già allora aveva conseguito lo status di "città".

Dunque poco e nulla di quello che si vede oggi a Glorenza-Glurns ha più di 500 anni, anche se tutto pare antichissimo: forse per la pervicacia con cui i glunsner mantengono intatto l'aspetto rural-urbano della cittadina, così piccola e cinta da mura da poter essere camminata a piedi, angolo dopo angolo, trai bassi portici e le architetture dai tratti pannosi.

Tutto dunque cominciò quando l'imperatore Massimiliano I Asburgo decise di ricostruire Glorenza, di renderla bella e potente, e munita: la circondò di una cintura di mura che tutt'ora sono un diadema prezioso attorno al borgo. Le fondamenta della sobria prosperità della città furono dunque gettate, e vennero secoli di benessere grazie a istituzioni e commerci, e al traffico di salgemma dalle locali miniere.

Mille non più mille potremmo dire, maltrattando il celebre quanto infondato detto millenarista, a proposito di Glorenza: poco meno di mille metri d'altitudine, per poco meno di mille abitanti, racchiusi in un territorio grande quanto un paio di campi di calcio.  Varcando una delle tre porte scolpite nelle mura della città ci si trova proiettati in un curioso altrove fatto di case di marzapane, di tetti di cioccolato, di portici di meringa. Forme architettoniche arrotondate e linee che raramente potremo leggere come rette, piccole finestre fiorite aperte in mura candide d'intonaco, o al più acquerellate. E magari una vacca transita all'incrocio suscitando la sorpresa incredula del viaggiatore urbanizzato, spiazzato da questa dimensione del tutto obliqua. Non mancano affreschi, slarghi, prospettive. Chiese, palazzi.

Non manca la Piazza del Mercato, luogo d'incontro, di manifestazioni, di commerci oggi come cinquecento anni fa.

Unico suggerimento per chi sale a Glorenza: dimenticate a casa - o nell'auto lasciata in parcheggio - la frenesia della visita per vedere tutto e subito, perché qui l'essenziale è nel dettaglio. Perdere l'orologio a favore della meridiana, alcune notabili sulle facciate degli edifizi storici - è un viatico per la bellezza del luogo.

"La nostra città è così piccola che dobbiamo andare a messa fuori dalle mura"
[Detto popolare, Wikipedia]