Faba o fava, questo è il dilemma

Le fabacee o leguminose hanno una diffusione molto ampia, sono presenti in tutti i continenti fino alle terre più isolate come la Groenlandia. Il termine fabacee deriva da faba che significa fava, una tra le leguminose coltivate più antiche. 

Il nome botanico della fava è Vicia faba. Si distinguono diverse varietà botaniche classificate in base alla dimensione dei loro semi. Una particolarità di questa pianta risiede nell’apparato radicale, ricoperto nei primi centimetri da tanti tubercoli voluminosi che ospitano specifici batteri azotofissatori. Il loro compito è trasformare, attraverso diverse reazioni chimiche, l’azoto molecolare in azoto ammonico. Tale processo rende questo elemento, fondamentale per la vita dei vegetali, assimilabile dalle piante.

Un’altra peculiarità di questa pianta risiede nel colore dei fiori, molto raro tra i vegetali. La corolla infatti, ha petali bianchi, talvolta violacei, con una caratteristica macchia scura. Ed è proprio a causa di questa particolarità che gli antichi greci fecero nascere leggende e superstizioni attorno a questo fiore che divenne simbolo di mistero: le macchie nere ricordavano la tau greca, la prima lettera della parola Tanatos, che significava morte. Inoltre credevano che queste piante fossero un mezzo di comunicazione privilegiato con l'Ade perché lo stelo, su cui nascono i fiori, essendo privo di nodi, permetteva alle anime di risalire dall’aldilà. 

È intorno al 530 a.C. con la fondazione della scuola pitagorica che questa pianta fu definitivamente bandita dalle tavole dell’epoca. L'originalità della scuola pitagorica consisteva nel presentarsi come setta mistica-religiosa e scientifica che fondava le proprie credenze sull’osservanza di diversi dogmi e tabù. Proprio uno di questi citava: “Astieniti dalle fave”. Chi ha studiato filosofia sa che i pitagorici erano convinti vegetariani in quanto credevano nella metempsicosi, secondo la quale, le anime degli uomini morti vivevano nei corpi degli animali, per cui uccidere un animale significava mangiare un uomo. Perché i pitagorici, oltre alla carne, non potevano mangiare le fave? 

All’origine del divieto ci potrebbero essere ragioni sia pratiche sia simboliche. L'ipotesi più probabile, sostenuta da Gerald Hart, è che Pitagora abbia toccato con mano gli effetti del favismo, una malattia genetica diffusa in Grecia e in tutta l'Italia meridionale e conosciuta scientificamente come “carenza di glucosio-6-fosfato deidrogenasi”. La carenza ereditaria di questo enzima provoca una improvvisa distruzione dei globuli rossi, che portava in alcuni casi anche alla morte. 

Le fave erano considerate impure anche dagli antichi sacerdoti egizi, con le quali interrogavano gli dèi attraverso un sorteggio, una pratica che continuò anche nel Medioevo per votare in assemblea, dividendole in bianche e nere. E ancora oggi in Toscana quando si dice “mettere alle fave”, si intende mettere a votazione un soggetto o una decisione. 

Oltre a miti e credenze nella storia dell'alimentazione umana, le fave hanno da sempre ricoperto un ruolo molto importante, fornendo la principale base proteica per intere comunità, specialmente nel centro e sud Italia, tanto che se ne trova significativa e tuttora viva traccia nelle cucine regionali. Chiamata "carne dei poveri", in quanto in passato insieme alle lenticchie, ai ceci e agli altri legumi imbandiva le mense dei contadini, sostituendo l'apporto proteico della carne, troppo costosa all’epoca. 

Snobbate e bistrattate nel corso dei secoli le fave rimangono le vere protagoniste della tavola di primavera e tra qualche settimana finalmente le potremmo gustare “al naturale” accompagnate da una fetta di pecorino fresco. Da provare i maccheroni “alla poderana” una delle più rinomate ricette maremmane a base di fave, carciofi, salsiccia e cipolla, oppure la classica scafata umbra, la ricca zuppa che si prepara tradizionalmente in questo periodo con fave, pomodori, cipollotti, bietola e mentuccia fresca o finocchietto selvatico.