Chiudo il tuo libro. Le mie trecce sciolgo.

Nell’estate 1916, moderni Orfeo ed Euridice, il “poeta folle” e scrittore Dino Campana e la sua musa, scrittrice e “libera amante” Rina Faccio, in arte Sibilla Aleramo, vissero una delle storie di odi et amo più suggestive e travagliate.

Ci troviamo, come se le avessimo camminate noi quelle strade bianche, ai piedi del Monte Falterona, fra la Toscana e la Romagna, laddove nasce l’Arno, in selve cupe puntute di castagni e rigagnoli imbriferi, di rocce nude ammantate di licheni e verdi muschi, nel Parco delle Foreste Casentinesi.

Ma chi era Dino Campana? Nato in quei boschi, nel paese di Marradi nel 1885, da una famiglia non povera, da una mamma assente e anaffettiva e da un babbo maestro di scuola di cui è noto che ebbe un contatto con uno psichiatra e fu curato col il bromuro ma, al di là di questa situazione e al contrario della mamma, premuroso e attento col figlio. Un figlio introspettivo, poco scherzoso ma comunque “normale”: molto curioso, iperattivo, teatrale ed esplosivo. A occhi disattenti e feroci: diverso. Quel diverso che ancora la fine Ottocento non riusciva a capire ed etichettava come un matto: il “mat Campena”. Succede ancora oggi nei paeselli con mentalità un po’ chiusa. Dino del resto si presentava con capelli biondo-rossicci, fisico normanno, tarchiato, iper-crinuto, occhi azzurri di ghiaccio. Non a caso lo chiamano il “russo”, come se fosse una spia russa: l’incubo di quegli anni esplosivi.  Incostante, passionale, dolcissimo, montanaro ma non asociale, in ricerca di una normalità negatagli costantemente. Campana si vergognava pure della propria follia, forse fisiologica, come quella del babbo e dello zio. E le cause delle sue leggendarie risse o dei suoi innumerevoli ricoveri sono spesso riconducibili a motivi reali ma legati ai tempi: equivoci, atteggiamenti fuori dalla norma. Campana non è mai un cattivo, un violento. Durante uno dei ricoveri gli viene diagnosticato “la vita errabonda”. In un altro di eccesso di dosaggio di caffè.

Dino in effetti è “strano”: passa le sue giornate camminando. Letteralmente. Una analisi postuma sulle ossa rivela un fisico consunto dal cammino, ha le anche emaciate dal movimento. Un ulissismo irrequieto che lo fa andare ovunque, anche per periodi lunghi: Svizzera, Argentina e, pare, anche Uruguay. E camminando legge, soprattutto Nietzsche e Rimbaud. E annota in dei diari le sue sensazioni.

Da questa matrice dinamica, che Aristotele chiamava “peripatetica” (camminando si acquisisce la saggia conoscenza), trova linfa l’opera, unica e magna e irripetibile del Campana: “I Canti Orfici”, usciti in prima edizione nel 1914. Il pellegrinaggio alla Verna, uno dei luoghi più belli delle foreste casentinesi, abitato da Francesco d’Assisi e gonfio di spiritualità, è uno dei pezzi più suggestivi de “I Canti Orfici”. La sua scrittura è urgenza, figlia di un amore per il camminare e la poesia sentito, viscerale, a prescindere, non formalizzato da studi accademici. “Guardo oppresso le rocce ripide della Falterona: dovrò salire, salire”.

Campana va davvero geolocalizzato, dobbiamo inquadrarlo e decifrarlo a partire dei suoi luoghi e dai suoi sapori. Immaginiamo un arco geografico fra la Toscana e la Romagna, dal Mugello al Parco delle Foreste Casentinesi nel lato romagnolo: in ordine sparso Palazzuolo sul Senio, Marradi, Campigna, Faenza, Castagno d’Andrea, Campigno. Di quest’ultimo scrive "Campigno: paese barbarico, fuggente, paese notturno, mistico incubo del caos. Il tuo abitante porge la notte dell'antico animale umano nei suoi gesti. Nelle tue mosse montagne l'elemento grottesco profila: un gaglioffo, una goffa puttana fuggono sotto le nubi in corsa. E le tue rive bianche come le nubi, triangolari, curve come gonfie vele: paese barbarico, fuggente, paese notturno, mistico incubo del Caos”. Immaginiamo un tortello alla piastra con le patate del luogo. Le frittelle di castagne. Le bruciate di marroni. Un prosciutto ben tirato del Casentino. I caffè torbidi e lunghi.  

Poi c’è Firenze. La grande Firenze. La Firenze della Biblioteca Nazionale. Della cultura. Vissuta con rapide, nervose e inesauste camminate andata e ritorno nell’arco di pochi giorni, con un semplice bagaglio, la stesura in una pessima edizione de “I Canti Orfici”, del suo diario di viaggio. Per ottenere il consenso, una normalità, dai grandi del tempo: Papini e Soffici, i padri della letteratura italiana in quegli anni, che al contrario lo deridono, lo schermiscono, lo tengono lontano dai circoli. Lo vedono un montanaro folle e dalla prosa strana, piena di suoni e di ripetizioni, talvolta quasi puerile, che ammicca al futurismo, che gronda sofferenza e luce al contempo. Addirittura gli smarriscono  “I Canti Orfici”. Sì, il lavoro del cammino di una vita presentato a Firenze viene perso, senz’altro per ingenuità di Campana, forse per celia da parte di Papini e Soffici, tanto è che quando Campana li richiede indietro “I Canti Orfici” nella prima stesura non riemergono più, gettandolo di nuovo nella rabbia. Dino si troverà a riscrivere l’opera di nuovo in quei boschi che li avevano generati.  E quando tanti anni dopo Mario Luzi li riconsegnerà agli eredi di Campana, si vedrà che l’operazione di riscrittura che aveva compiuto Campana è stata quasi mnemonica.

Ritorniamo adesso all’estate del 1916. Campana si trova in una località di riposo, a Barco-Rifredo, vicino Firenzuola, per una paresi facciale. La famosa Sibilla Aleramo si trova in villeggiatura poco distante, a Villa La Topaia, Borgo San Lorenzo. Sibilla ha fisicamente conosciuto tutti i grandi del tempo ed è curiosa di esperire anche Campana. Il suo intento è averlo. A fine luglio lei gli manda una prima lettera, infuocata, dove si complimenta del suo libro - “incantata e abbagliata insieme”, scrive - e che si chiude con un meraviglioso verso: “Chiudo il tuo libro. Le mie trecce sciolgo”. Campana, quando riceve questa carnale dichiarazione, ha trentuno anni. Non aveva ancora avuto storie di amore. Si sa che frequentava bordelli e prostitute, con un approccio tenero e affettuoso, spesso senza neanche consumare.

Si incontrano dal 3 al 6 agosto. I boschi del Mugello fanno da teatro a una dicotomica, impossibile, fallimentare, gelosa, feroce e sublime epopea di amore contrastato. Si rincontrano altri 20 giorni fra fine agosto e inizio settembre.

Ogni volta è scontro, violenza, eccesso di passioni, camminate, litigi, schermaglie. La potenza di questa storia è nel suo consumarsi senza idillio e fra fiamme da subito divampanti.

A ottobre la storia è già in necrosi. Sibilla riprende la sua vita fiorentina fra amori e amorazzi. Dino subirà un ultimo e definitivo ricovero in manicomio nel 1918, dove morirà anni dopo, nel 1932 a 46 anni, di setticemia.

Una nota a margine: avevo scoperto Campana durante i miei studi universitari, dove avevo poco apprezzato “I Canti Orfici”, etichettando l’opera come tentativo parzialmente riuscito di un maledettismo di scuola francese. Ho riscoperto e amato Dino Campana sopra Marradi, nei suoi boschi, grazie all’amico e guida ambientale Emiliano Cribari (emilianocribari.it) che, con la sua passione, coi suoi studi, il suo camminare leggendo Campana nei suoi luoghi, mi ha trascinato in una storia senza tempo, che parla di bellezza, di amore, di arte e cultura, di sapori, senza farne un simulacro sterile, ma incarnandoli laddove sono affiorati, emersi, nella loro altissima e sublime poesia.

Nella foto: Marradi.

Chiudo il tuo libro. Le mie trecce sciolgo.
[Sibilla Aleramo a Dino Campana, 1916]